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I Semi

Sono una raccolta di miei scritti fino al 2005, anno in cui ho pubblicato "Semi d'Autunno".
Non tutto quello che troverete in questa sezione è stato poi pubblicato nel libro, e man mano continuerò a pubblicare delle poesie inedite.
Leggete anche GLI ALBERI, le mie nuove poesie.

Buona lettura.
Martin

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Toi

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Storia di un uomo delle sue preghiere e la sua risposta


<< Quando attraversò il ponte, i fantasmi gli vennero incontro.>>
Galeen, Murnau.


                                           

Capitolo Primo


LA NEVE

Fuori.
Una tempesta.
Neve    neve     neve     ovunque solo neve.
Bianca.
Neve.
Pura…
Vento.
Tormenta.
Neve.
Freddo.
Tutto silente.
Come dopo una guerra.
Neve che copre segreti.
Neve e vento che ricoprono morti.
Una locanda.
Dispersa nel nulla.
Un tetto, un camino.
Nulla intorno.
Solo neve.
Dentro.
Musica di un bardo.
Un liuto, ben suonato.
Una voce rauca.
Una melodia che, lentamente, s’inocula in ogni mente.
Una decina d’avventori.
Seduti.
Tavoli di legno.
Odore di fumo.
Odore di sudore.
Odore di brace.
Si apre una porta.
Si spalanca la porta d’ingresso.
Tonfo sordo.
Attira l’attenzione di tutti.
Silenzio.

-Datemela !- Una voce che non domanda nulla.Una voce che pretende.
Una voce che si sguaina nella notte di quelle persone.
Alcune si guardano.
Altri ridono.
Uno gli fa – Ehi tu straniero, che vai dicendo?La neve ti ha forse ammattito?-
Toi fa uscire la mano destra dal pesante e innevato mantello.
Una mano armata.
Una daga.
La cui forma serpeggia nell’aria.
Un Criss.

-Datemela !-Ri-urla.Sa maledettamente di ultimatum.
La gente ride.
La gente non capisce mai.
Uno cerca di scappare.
Dentro la stanza, arriva la neve, la sua calma ovattata.
Tutto rallenta.
Toi, strappa dal suo corpo il mantello.
Sguaina con la destra una spada a una mano.Un Falcione.Semplice e letale.
Toi si lancia come freccia su tutti.
Toi.
Massacro.
Dilania le carni.
Toi spacca la testa di tutti, squarcia i loro cuori.
Toi stupra la vita di quegli uomini.
I suoi simili.
La neve si tinge di rosso.
Rabbia nel suo stomaco.
Toi non viene toccato da nessuno.
Nessuno ha il tempo di pensare anche solo a qualcosa.
Toi arriva prima di ogni pensiero.
Sono tutti paralizzati come neve.
Devono morire tutti.
-Rage-.
Un secondo, un immenso secondo dopo, Toi si trova davanti all’ossuto oste.
Odore di sangue.
Gusto ferroso nelle gengive.
Occhi bianchi di rabbia.
Lingua spessa in quella bocca.
Fissa diritto negli occhi quello che sarebbe potuto essere il suo ospite.
Quello che avrebbe potuto scaldare la carne di Toi con una zuppa bollente.
Avrebbe potuto annebbiare la vista con alcool.
Quello che avrebbe potuto fare qualche battuta per divertirlo, e dargli un giaciglio per riposare.
Il locandiere.
L’ermetico, l’essenziale fisicamente, locandiere.
Non sa rispondere.
Non ci riesce.
Odore di urina.
Odore ormonale, tangibile, si tocca con la lingua la paura.
Le gambe gli tremano.
La determinata follia dell’uomo che ha davanti non gli lascia via d’uscita.
Toi -Dammela-
L’oste – C....c...ch......-
Non riesce a finire la frase.
Il Criss di Toi è penetrato dentro la carotide.
Lentamente in quella velocità la punta della daga ondulata è entrata nella parte molle, nel confine tra il duro del collo e il morbido del sotto mento.
Ha catturato nella foga la lingua senza risposte dell’oste.
L’ ha piantata nel palato e poi ancora più in su.
Il cervello..
Gli occhi strabuzzano.
Toi, una smorfia.
Gli occhi si spengono.
Le mani cadono, svengono.
I piedi non reggono più quel peso.
Toi sfila l’arma.
Toi scaglia le armi contro le pareti.
Toi urla, di rabbia.
Toi urla ma la neve non sembra sentirlo.
La neve continua a cadere.
Le urla, diventano lacrime.
Troppe lacrime.
Troppe urla.
Si gira intorno.
Va contro una parete.
La sua testa comincia a picchiare contro il muro.
Forte.
Dannatamente forte.
Fino a farlo sanguinare.
E poi anche la testa prende a sanguinare.
E poi ancora.
Toi.
Toi.
Toi e la neve.
Toi e la rabbia.
Toi e le lacrime.
Toi e la sua testa.
Toi e tutto l’inferno che ha lasciato alle sue spalle.
Corpi straziati.
Corpi morti di persone che senza motivo erano vive, prima.
Non ci vuole un motivo per tutto.
Non ci sono ragioni che spieghino sempre tutto.
Toi si gira.
La testa sanguina.
Gli cola del sangue su di un occhio stanco.
E poi mischiato alle lacrime questo rigagnolo arriva fino alle labbra.
Toi.
Riprende le armi.
Toi.
Esce.
Rientra nella neve.
Rientra nella neve.
Dovevano solo dargli ciò che chiedeva.
Solo quello e tutto si sarebbe risolto.            ….Tutto….                         

 

Capitolo Secondo

I DUE UOMINI

Un rumore di zoccoli.
I respiri affannati di un cavallo.
Il rumore di un’ armatura.
Due armature.
La visione di un cavaliere.
La visione di un essere umano, a piedi, di fianco al cavallo bianco montato.
Due persone.
Parlano tra loro.
Ma non sembrano amici.
L’uomo sul cavallo sembra una persona di rango, casta superiore.
Due uomini.
Quello a piedi sembra di una casta inferiore.
DUE UOMINI!
Sangue intrappolato dentro della carne.
Anima rubata a qualche animale.
Toi li vede arrivare.
Butta a terra il cappello di paglia pressata.
Ride.
Ride.
Lui, ride.
I due uomini, non capiscono.
Il cavallo viene fatto fermare.
Il tipo a cavallo, quello della razza superiore all’uomo per terra, a piedi –Che hai da ridere straniero?Ti prendi forse gioco di me? Lasciami passare dunque con il mio scudiero. –
Toi, lo guarda.
E ancora -…O la mia spada sfilerà dal tuo volto quel sorriso fastidioso-
Toi inclina lievemente la testa sulla destra.
Come un cane quando cerca di capire.
Toi apre le braccia.
Spalanca il suo petto coperto.
La spada veterana.
La daga dalla foggia strana.
Toi ride.
E chiede al tipo per terra.
-Puoi dire al tuo servo di scendere da cavallo?-
Il tipo per terra, trema.
Il tipo per terra non sa come comportarsi.
Toi sguaina le due armi eccitate.
Toi conficca le lame al suolo, incrociandole.
Toi fa due passi indietro.
Toi ne fa altri due.
Toi guarda i due uomini.
Toi fissa l’uomo a cavallo.
Toi dice –Dammela, dammela, o morrai-
Il cavaliere, la sua armatura, il cavaliere la sua nobiltà, il cavaliere la sua ricchezza.
L’uomo.
Schifato, punto nel vivo l’essere sul dorso dell’animale aizza il cavallo.
Toi non si muove.
L’uomo gli corre incontro.
Manca sempre meno.
Il muso del cavallo e gli occhi tronfi del guerriero e la punta dello stocco, intontito da gemme e rifiniture dorate, stanno per arrivare dove le sue armi giacciono inermi, al suolo.
Toi veloce come un fulmine, spara una lama nera e minuta nella fronte del cavaliere.
Morte.
Arriva, danza con la sua testa trapassata dalla nera foglia letale.
La morte sorride a Toi.
Lo guarda affascinata.
Toi si avvicina all’altro.
Toi non raccoglie le sue armi dal suolo.
Vivono per terra.
Come due propaggini naturali della Madre Terra.
Il tipo, logico, tenta di fuggire.
Tenta.
Lui cammina.
Toi non ha fretta.
Toi parla piano.
Toi pretende.
Toi –Tu puoi darmela?-
E poi ancora –Fuggire non servirà-
Il tipo non sembra ascoltarlo.
Gli volta le spalle, e comincia a correre disordinatamente.
Toi sguaina un’altra lama. Un’ altra “foglia d’alloro”, brunita.
Toi si ferma.
Il braccio come frusta, il braccio come catapulta, il braccio come corpo di cobra, il dente arriva, la bocca morde la gamba.
L’uomo cade a terra.
Piange l’uomo.
Urla l’uomo.
Sa che sta per morire.
Toi si avvicina.
Gli dice –Sguainala, ti do il tempo di due miei respiri-
L’uomo.
Sbalordimento nei suoi occhi, terrore nei suoi capelli.
Provare a sguainare, averne il tempo, trovarne il ritmo.
Parte, maldestro un fendente verso il volto di Toi.
Toi colpisce forte, come un martello.
Toi fa male.
Toi fa molto male.
Il gomito cozza sordo e doloroso sul naso dell’uomo goffamente armato.
Cade la testa al suolo.Il naso in frantumi.
Il sangue schizza fuori verso il cielo.
Delle schegge ossee, rincorrono in volo le gocce di sangue.
La morte sorride compiaciuta.
Il cavaliere non verrà solo.
Toi colpisce con una maestria innaturale il ginocchio con un piede.
Toi rompe quel ginocchio, Toi dissesta la rotula dalla convivenza di perone e tibia, col suo piede.
Il rumore.
L’adrenalina.
Il pianto nervoso e totalmente atterrito dell’uomo.
Toi lo guarda.
Lo stinco malamente posto dentro il sacco di pelle umana.
Il tipo ritenta un colpo con la spada, senza quasi forza.
Toi scansa il debole tentativo con un braccio e con l’altro, fulmineo troppo lesto da notarsi, carpisce la lama con la sua mano.
Il filo della spada in mano.
La lama, la stringe.
La mano sanguina.
La mano di Toi sanguina.
E l’impugnatura della spada di scarsa fattura finisce nella bocca dell’infortunato.
Di nuovo la nuca sul terreno, seguita da tonfo sordo.Obbligata dal pomo della spada.
Toi appoggia il suo peso tutto.
Le due else perpendicolari alla linea diritta della spada nelle ganasce dell’uomo.
Toi col peso spacca la mandibola.
Gli spacca il cranio.
La sua mano sanguina.
Alza la spada al cielo.
La prende per il verso giusto.Per l’impugnatura, ricoperta da cuoio sangue saliva.
La punta verso la Donna in senso di sfida.
Poi la gira.
Lama verso il basso.
La conficca nel suolo, ma prima di penetrare il suolo la lama fino a metà entra nel collo dell’uomo ormai morto.
Lei arriva.
Lo sfiora.
Toi si scansa, schifato.
Le sorride, prende l’uomo per i capelli.
Lui piange ancora, pensa.
Sparisce.
Sullo sfondo:
Il frinire della campagna,
I fiori cresciuti,
Il Sole grasso, che impazza sovrano
Su tutto.


Capitolo Terzo

GLI AVVENTORI DELL’ABERO.

Rumore di pianto lontano.
Assordante, fastidioso.
Ronzio continuo.
Pianto dal tono di donna.
Pianto isterico.
Fastidioso.
Voce di uomo copre per un secondo, forse due  quel lamento umido.
Voce di uomo profonda.
Voce di uomo che cerca di tranquillizzare.
Voci nel cielo primaverile.
Voci che entrano nell’ inverno di Toi.
Nell’inverno delle sue orecchie.
Un uccellino si scansa da sopra un albero.
Sopra le teste dei due corpi che emettono questi rumori.
L’uccellino si ferma un secondo, si volta.
L’uccellino emette un musicale sibilo.
Sembra voglia dire ai due: “Scappate…”
I due amanti tristi non lo ascoltano.
Non gli danno peso.
Gli uomini non ascoltano mai gli avvertimenti.
Lo sguardo di Toi, si avvicina.
Entrano in campo due nude figure.
Una donna, sulla quindicina d’anni, mora.
Occhi stretti, neri.
Come le fessure dietro le quali, nelle torri, si nascondono silenziosi, mortali, non visibili arcieri.
Corpo minuto.
Corpo acerbo.
Seno opalescente, gambe snelle.
Labbra sottili.
Una figura, sembra quasi un’ ombra, ma più sottile.
Una cicatrice lieve, appena percettibile….
…. sul braccio.
Ma si vede.
Lui, un uomo dalla voce antisonante.
Fastidiosa per il volume.
La fissa con occhi cerulei.
Sembra la stia tranquillizzando, da cosa poi, non importa.
Capello biondo, lui, lungo fino a terra.
Corpo sodo, sembra un lavoratore.
Nudo anch’egli.
Nelle loro retine non è stata ancora impressionata la figura ammantata di Toi.
Toi corre verso quell’insieme.
Donna, Uomo, Albero,un melo fiorito, petali intorno.
Corre.
Il tintinnio delle sue armi lo rende visibile.
L’uomo si alza, fa “l’uomo”.
Si copre la donna.Pudica stupidità.
Smette di piangere.
Evidentemente non era un motivo importante.
L’uomo si alza e urla qualcosa in tono minaccioso.
Toi si ferma. 6 metri di distanza.
Lo guarda, quasi interessato, stupito.
Si inginocchia, mantenendo le gambe in tensione.
Le braccia lunghe sulle ginocchia, le dita che sfiorano il terreno.
Lo guarda e intanto gioca con un ciuffo d’erba.
L’uomo continua nel suo parlare, poi si gira verso la donna mostrando a Toi il deretano.
Porge una mano, il biondo, alla donna.
Toi sorride divertito.
E con tutta la calma della primavera chiede : Dammela….
La voce bassa, quasi un sussurro di vento.
L’uomo.
L’uomo si gira.
Occhi iniettati di sangue, e paura.
L’uomo è nudo.
Toi è armato.
La donna urla.
Toi si infastidisce
“Dammela”
Questa volta urla alzandosi.
Svagina la spada dal suo fodero in cuoio borchiato.
Il Falcione.La scimitarra diritta.
Un riverbero di luce sulla lama colpisce il nerboruto sesso dell’uomo.
La lama punta autonoma a quel bersaglio.
Da sotto.
Il braccio di Toi percorre una semicirconferenza immaginaria.
La mano di Toi disegna questa rossa circonferenza partendo da oltre la sua anca, passando per il terreno, con esplosione di erba e terra, arrivando a sfiorare dolorosamente il pene e il testicolo dell’uomo.
Sangue e altre icore sull’erba.
Rumore sordo, urlo tagliente.
Toi.
La donna.
L’uomo.
L’uomo si inginocchia tenendosi il liquido che fuoriesce dal corpo e dalla pelle lacerata.
Urla.
La donna indietreggia, spaventata. Terrorizzata.
Ossessione.
Toi si guarda inebetito intorno.
Pensa.
Aggrotta le sopraciglia.
Toi da una pesante, vigorosa, virile mazzata dall’alto al basso sulla schiena dell’uomo inginocchiato, e ferito.
La punta della spada a una mano entra nel dorso, incontra un polmone, e decide di ritrovare la luce uscendo dal petto.
Taglia chirurgicamente in due il capezzolo.
Toi, puntella il pomo della sua arma sul torso della sua armatura e diventa tutt’uno con l’impugnatura, spingendo la lama fino all’incontro della schiena dell’uomo con il tallone del ferro.
E poi giù, impalando l’uomo al terreno.
Morte a lui.
Al bastardo narciso biondo senza rispetto
Si gira, Toi.
La donna.
Toi le butta il pugnale, sguainato, il Criss.
Le cade ai piedi, non era un gesto mortale.
La donna  lo guarda.
La donna ha paura.
La donna mora, si accorge del pugnale.
La cicatrice con il braccio intorno si allunga come un drago ferito verso l’impugnatura.
La donna con gli occhi come feritoie, lo afferra.
La donna col corpo giovane, lo protende verso Toi.
Il pugnale così esposto all’aria, con la foggia strana della sua lama, sembra quasi bandiera che garrisce, al vento.
La donna trema.La mano, anche.
Toi, si avvicina, occhi tristi.
Le chiede dimesso, ansante, “…dammela…”.
La donna fa un gesto disperato.
Scatta puntellandosi sui piedi nudi, scagliandosi come freccia verso Toi.
Toi la ferma.
Ne carpisce il polso della mano armata.
Lo stringe con vigore.
Sguaina dalla sua destra un pesante Kukri.
Lo usa per mutilare, all’altezza del gomito il braccio femminile.
Il braccio bianco.
Sangue.
Sangue e disperazione, negli occhi ora spalancati.
Ora si vede quell’arciere nascosto tra le ciglia.
Toi si arrabbia, quasi senza motivo.
E come ballerino senza l’accompagnamento musicale esterno, ma solo secondo una sua musica poggia con violenza senza pari la punta del Kukri ricurvo sullo sterno.
E poi da lì procede fino al pube acerbo.
Aprendo la via all’interno della donna.
Toi raccoglie le sue armi.
Toi defeca vicino al biondo.
Toi sputa verso la donna.
Toi si allontana con stupido disappunto.
Il passerotto ritorna.
Vede la scena.
Abbassa la testa.
Osserva in tensione il lavoro meticoloso e il gaudio nelle penne dei suoi cugini neri.
Che si sono dati appuntamento, proprio lì.
Subito dopo aver lasciato passare la Dama Nera.
Che con piacere immenso nelle sue narici ossute, ha potuto carpire i destini dei due avventori dell’albero.



Capitolo Quarto

L’INFANTE

Toi corre a perdifiato.
Toi è contento.
Ilare dentro.
Nelle ossa.
Toi sta raggiungendo una cittadina.
E’ sera.
L’aria fresca di un autunno che non dimenticherà mai.
Toi nella foga della corsa inciampa.
Si rialza.
In piedi, come statua, totem osserva dall’alto la piccola conformazione cittadina.
Un paesello.
Un recinto di legno.
Delle case.
Dei camini che sbuffano.
Delle minuscole silhouette, che si muovono nella figura dipinta negli occhi di Toi.
Toi sorride.
Toi urla la sua gioia al cielo.
Una nuvola si sposta per permettere al suo urlo di arrivare più in alto.
Toi riposa gli occhi in quella figura.Un quadro perfetto, riposante illustrato con maestria da un Bosh degli anni migliori.
Un insieme rilassante.
Toi corre giù per la discesa, giù per il clivo.
Toi arriva alle porte della contrada.
Entra.
La gente indaffarata non lo nota neanche.Il giorno sta dando il passo alla sera.
Toi guarda tutti come un bambino che vede uno spettacolo di acrobati, per la prima volta.
Felice dentro.
Ferma la gente.
Mentre cammina.
La ferma.
Chiede a ognuno di loro.
“dammela”
Mentre nel dirlo la gioia sbotta nella voce.
La gente lo guarda come si guarderebbe uno straniero, pazzo.
Gli sorridono di rimando e gli fanno “c..cosa?”.
Lui a quelle risposte interviene con la lama.
La lama del suo Falcione e del suo pugnale mordono e lacerano ogni collo, bucano ogni cuore che non gli dia la risposta.
La risposta che cerca.
Toi imperterrito come il mare in inverno continua.
Non si cura di nulla.
Sporco da coriandoli di sangue continua.
Non le sente le urla della gente impaurita.
Presto si trova solo per la strada.
Presto la gente si è affrettata nelle loro case.
Dietro di lui, tappeti di carne.
Morta.
Continua.
Ride.
La strada finisce.
La sua corsa si interrompe.
Davanti a lui una bambina.
Piccola.
Ma proprio piccola.
Si guardano.
Lui ridendo, come impazzito si getta ai suoi piedi.
Lei sembra assente.
Guarda il cadavere di un pettirosso stramazzato al suolo.
Intonso.
Morto forse di vecchiaia, o di noia.
Tiene stretto tra le dita minuscole, da formarsi, il feretro di un girasole.
Enorme quella testa, confronto al volto, all’ovale della bambina.
La bambina ha i capelli dello stesso colore del grano appena colto.
Ha gli occhi dello stesso colore della rugiada depositata in una notte fugace sulle foglie verdi.
Traslucide.
Quegli occhi.
L’innocenza.
Quelle labbra.
Perfezione.
Quelle perle che fuoriescono da quei paradisi, circondati da ciglia.
La purezza.
Il primo bianco che abbia dato un segno a Toi.
Toi si gira inferocito come un lupo.Motivo: un rumore.
Un lupo ferito.
Digrigna i denti, così forte che un rivolo di sangue dalle gengive entra tra i denti.
E nello stesso tempo fa girare uno strano arnese con moto circolatorio nelle due dita.Tolto da dietro la schiena pochi istanti prima.
L’indice e il medio sono il fulcro di quel rotante procacciatore di sangue.
Questo mulinello, lo sguardo d’odio, i denti, le labbra tese sono tutte esternazioni di un sentimento.
La causa, un uomo.
Capello nero.
Corto.
Baffi.
Sta correndo verso di lui.
Verso di Toi.
Un contadino.
Corre verso di lui con fare minaccioso.
Un forcone sta imbracciando.
In quelle mani luride.
In quelle mani da uomo.Viscide.
Quell’uomo e il suo gemello dietro una porta, chiusa.
Il suo gemello, uguali contenitori per sostanze così diverse.
Toi lancia con violenza…
Quell’arnese che ha in mano…
Un disco.
Un Chakram.
Fende l’aria, la taglia in due.
E arriva dritto alla coscia dell’uomo.
Ne recide l’arteria femorale.
L’uomo cade a terra, prono.
Ferito.
Il Chakram si sfila con violenza dalla gamba e gira come un mappamondo di fianco al ferito.
Guarda Toi con odio.
Non ha motivo.
Toi non gli avrebbe fatto alcun male.
Toi si alza.
Toi afferra con le dita, dei pugnali da lancio, bruniti, dei lanceolati neri.
Delle lacrime, quasi.
E con prepotenza le sputa sulla schiena dell’uomo.
L’uomo con i capelli neri e baffi neri urla di dolore.
Sta morendo.
Lo sente…
Il respiro che svanisce.
Lo avverte...
E invece il Destino ha voluto questo per lui.
Ed è lo stesso il  Destino che gli fa mordere il bastone di legno che prima era il corpo di un’arma tenuta goffamente in mano.
Che prima ancora era un forcone, il cui lavoro sfamava di sicuro la sua famiglia.
Morde stretto, per sentire meno il dolore.
Stretto.
Toi.
Toi alza un piede.
Toi alza un piede, il ginocchio alto quasi al suo stesso mento.
Toi alza il piede, e inarca lievemente la schiena.
Toi spalanca gli occhi.
Apre la bocca, Toi.
Toi è un muscolo unico forte.Vibrante.
Fa cadere come  condanna, il suo piede sul cranio del contadino.
Forte come un macinio.
La bocca del gemello idiota presa tra la forza di Toi, il bastone, il terreno.
Si sente solo un lontano rumore di ossa che si frantumano.
La martellata ha esploso via i denti e ha spaccato la gengiva dell’uomo e ne ha sfibrato i nervi la carne.
Del bastardo che si è frapposto tra lui e la sua meta.
Tra lui e la sua risposta.
Un orgasmo di sangue, dirompente.
Sangue che entra nello stomaco, sangue che entra nei polmoni.
Sangue che ricopre ovunque il terreno nei pressi di quella esecuzione.
Il gemello salvo.
Guarda impassibile la scena.
Il gemello non ferito dalla stupidità sa che non sarebbe morta la sua immagine riflessa nel mondo, se solo non avesse voluto mettersi in mostra per i favori di una donna.
Di una locandiera, di una cortigiana ipocrita.Una meretrice sola e falsa.Uno scherzo della natura.
Lei lo aveva incitato a battersi con Toi, poveri borghesi vittoriani senza ricchezza.
Toi l’avrebbe risparmiato.
Sangue, sangue ovunque.
Silenzio dilaniante.
Sangue nero.
“La Chienne” dipinta di miele sporco, fissa già un altro uomo del villaggio….
Silenzio giusto, per la morte di “nessuno”..
La gente atterrita.
Tutti lo guardano atterriti.
Tutti hanno paura di lui.
Della sua ferocia incontrollabile.
Lui è la bestia atroce senza remore, né leggi che non siano la sua.
Quindi, incontrollabile come un fulmine.
La gente ha terrore al posto della lingua.
Silenzio da Chiesa.
Lui si priva di ogni velo tra la pelle e il vento, quel vento.
Toi si spoglia con quasi empia foga.
Slabbra i lacci della sua vecchia brigantina ferita e mutilata al posto suo.
La bestia a petto nudo si avvicina alla dolce bambina bianca.
Lei non ha osservato l’omicidio.
Non l’ ha nemmeno sfiorata quello scempio voluto, di carne e sangue e bianco osso e umanità.
No.
Lei guarda impassibile catatonica il passero morto ai suoi piedi.
Lei e il girasole, entrambi lo fissano.
Sembra quasi vogliano carpirne il segreto.
Toi s’ inginocchia.
Come si dovrebbe fare, secondo l’usanza, al cospetto di una santa.
Di un’effige della Madonna.Di una morale di massa.
Toi si prostra ai suoi piedi.
Non osa toccarla.
Piange Toi.
Piange come quando si incontra qualcuno dopo tanto tempo.
Troppo.
Senza freno.
Sfila con gentilezza quasi femminile dalla cintura in cuoio borchiato un piccolo stiletto.
Manico d’oro.
Lama, sembra, argentata.
Cesellata.
Toi lo tiene nel palmo delle due mani congiunte.
Toi con una bufera negli occhi, porge il suo sguardo in dono ai suoi occhi verdi.
Porta con se quell’arma nobile.
La porta al cospetto delle mani della piccola bambina.
Lei si gira.
Lei lo guarda.
Negli occhi.
Fissa.
Quegli occhi grandi.
Quegli occhi giusti.
Lo fissa, entra dentro di lui.
Toi abbassa lievemente il capo, i capelli neri fluiscono da dietro le spalle cadendo in avanti.
Alcuni ciuffi sono trattenuti, agglomerati da trecce.
Abbassa il capo la bambina cattura quell’oggetto dorato e argentato.
Lo prende con ingenuità, con la mano libera, lama opposta al pollice.
In una mano il girasole.
In una mano lo stiletto.
Lo impugna come fosse avvezza a ben altro.
A arma ben peggiore.
Toi allarga le braccia.
Toi rimane inginocchiato.
Toi sembra un piccolo Cristo, inginocchiato.
Toi guarda un’ultima volta gli occhi di lei.
Toi, è colmo di contentezza nel cuore.
Colmo del sapore di quello sguardo e di tutto ciò che esiste oltre quel ponte.
Toi vorrebbe condividere la gioia con tutti, tutte le creature.
Con le nuvole, il mare, le piante.
Tutto uno.
Toi alza lo sguardo al cielo.
E sente una presenza vicina.
Alle sue spalle.
Ne conosce l’odore.
Quante volte l’ ha richiamata con urla di battaglia, e fragore di armi o pace di sangue disteso a terra.
Lei, nera, bella, perfetta, dietro di lui.
Lei sta piangendo e ridendo, come una madre, orgogliosa di un figlio.
Quasi impossibile….
La bimba bionda con gli occhi verdi, alza la mano destra, armata, e come giudice conficca la lama nel petto enorme di Toi.
Toi non urla.
Toi si sposta appena indietro, come giunco scosso da lieve brezza.
Il suo cuore inciso, profondità.
Toi si accascia dopo qualche istante.
La bambina si siede di fianco a lui.
Si siede e gli accarezza, guardandolo nelle pupille, i capelli corvini.
Glieli accarezza, lo sta accompagnando.
Gli scioglie le trecce.
Gli pulisce il viso con la neve della tunica, candida.
Toi dice.
“Grazie”.
La bambina gli sorride.
Un sorriso che spaccherebbe in due il Mare.
Un sorriso che farebbe innamorare qualsiasi poeta.
Qualsiasi Dio.
Prima del respiro finale, quello fatto con tutta la forza, la bambina china il volto ovale e perfetto e con tumide labbra sfiora la bocca di Toi.
Quegli occhi così vicini.
Quel sapore così dentro.
La bambina si alza.
Insieme a tutto il suo silenzio.
La bambina porge a Toi, morto, il suo Girasole.
Glielo pone in mano.
E lo gira, supino.
Sembra la statua funebre di un cavaliere.
Gli chiude le palpebre.
Nello stupore generale.
Alcuni accorrono, per portare in salvo la piccina.
In salvo la bambina…
L’ipocrisia dell’uomo adulto non la capirà mai quella piccola stella dai capelli dorati e gli occhi fatati.
Mai.
Poi con armi improvvisate fanno scempio del corpo di Toi.
Anche con quel forcone.
Guscio vuoto.
Ormai privo di quel senso, di quel tormento.
Devastano la sua carne.
Ferocia nei loro occhi.
Un intero paese.
Anche i bambini vengono invogliati e portati sul corpo per massacrarlo.
E’ motivo d’orgoglio far risuonare le ossa prive di linfa di Toi.
La Donna, se ne va.
Con a fianco, Toi.
Pallidi e perfetti in quella morte.
 


Alla fine Toi trovò quello che stava cercando.
Alla fine.
E non volle più vedere altro.



Nessun addio.
Nessun per sempre.



Solo il momento a protrarsi per l’eternità.




<<…..E giù dal cielo cadrà
una Stella che più non avrà
sapore tatto odore cortesia,
ma solo insipida triste ipocrisia.
Ai miei piedi morti si accascerà
Come foglia sospinta da vento di bugia….
>>

 

 

 

About the author Martin - Andrea Franzino

 

Martin (Andrea Franzino)

"Per cadere, basta una spinta.
Per volare, ci vuole perseveranza." 

Le mie Poesie 
I miei Aforismi  

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